Ho paura di andare dallo psicologo!

Ho paura di andare dallo psicologo!

“Soltanto una cosa rende impossibile un sogno: la paura di fallire”.

P. Coelho

 

 

Nascondere la testa sotto alla sabbia o affrontare la situazione con l’aiuto di qualcuno?

 

Diverse sono le ragioni che ci spingono a lasciare le cose così come stanno. Vediamone alcune nello specifico.

Ho paura di sentirmi in imbarazzo!

 

Occorre fare subito una precisazione: lo psicologo/psicologa, prima ancora di essere un professionista, è un essere umano e in quanto tale conosce bene le difficoltà della vita. Inoltre per professione è abituato a sentire storie molto particolari, tristi e molto spesso imbarazzanti. Non sarà certo lui a giudicarle, se lo facesse sarebbe un ostacolo al suo lavoro.
Dallo psicologo si fa una sola cosa: si parla. Ci hanno insegnato a parlare fin da bambini, a due/tre anni già sapevamo formulare una semplice frase. Abbiamo sostenuto interrogazioni a scuola, colloqui di lavoro, la parola non ci è mai mancata per battibeccare con mogli e mariti. Se per un attimo ci viene a mancare, stiamo pur certi che basterà poco a recuperarla.

E se mi fa il lavaggio del cervello?

 

Per formazione, “lo psicologo/psicologa è consapevole del fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; proprio per questo ha il dovere di prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici del cliente/paziente, onde evitare di influenzarlo e di utilizzare indebitamente la sua fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza e fragilità indotte dal disagio” (art. 3 Codice Deontologico). Inoltre “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori (art. 4 Codice Deontologico).
Un professionista serio non offre consigli, perché questi rifletterebbero il sistema di valori ai quali lui stesso fa riferimento. D’altra parte abbiamo già un’estesa cerchia di amici, parenti, conoscenti pronti a fornirci consigli, senza con questo risolvere la situazione.
Lo psicologo/psicologa non deve porsi come un guru o maestro di vita, al contrario il suo compito è quello di partire da ciò che la persona racconta, per aiutarla ad aumentare la consapevolezza sul problema e cercare insieme punti di vista alternativi e nuove possibilità, che rientrino negli obiettivi e nel sistema di valori della persona stessa.

E se qualcuno viene a sapere che vado dallo psicologo/psicoterapeuta?

 

Lo Psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. “Non può rivelare a nessuno notizie, fatti o informazioni apprese dal cliente/paziente nel rapporto professionale con lui, neanche può informare alcuno circa le prestazioni professionali effettuate o programmate” (art. 11 Codice Deontologico). Ciò vuol dire che lo Psicologo/Psicoterapeuta non può dare nessuna informazione – neanche a eventuali familiari o amici che dovessero contattarlo – sia su ciò che il cliente/paziente gli dice, sia sul fatto che quella persona è, o è stato in passato, un suo cliente/paziente.

Ma io non sono mica pazzo!

 

Allo psicologo si rivolgono persone che sperimentano una qualche forma di difficoltà. Se dovessimo considerare pazza una mamma o un papà che mette in discussione il suo ruolo di genitore, perché vuole che il figlio cresca nel migliore dei modi, o una persona che non riesce a reagire di fronte alla perdita del coniuge…allora saremo tutti pazzi. In Italia si stima che circa 3 milioni di persone abbiano sperimentato almeno un attacco di panico nella loro vita e ancora più persone sperimentano una forma d’ansia. Siamo tutti matti? Perdere punti di riferimento dopo una separazione e non riuscire a costruirsi un nuovo equilibrio significa essere pazzi? Non riuscire a raggiungere quegli obiettivi di successo che sognavamo da bambini e per questo sentirsi delusi, demotivati e insoddisfatti, è da pazzi? Potrei fare molti altri esempi, ma credo di aver reso l’idea. Questa è vita di tutti.

E se poi non funziona nemmeno la psicoterapia?

 

Molti considerano la terapia come l’ultima spiaggia: se dovesse fallire anche questo tentativo, vissuto come “estremo”, avrebbero la conferma di essere destinati a soffrire per il resto della loro vita.
Le persone hanno la tendenza a cercare conferma delle proprie convinzioni, anche se negative, piuttosto che confutarle. Questa è una delle trappole che mantengono la situazione di disagio e difficoltà.
Per non rischiare di fallire, dunque, spesso è più facile pensare che i problemi si risolvano da soli e che l’ansia, i pensieri, le preoccupazioni e i disagi, così come sono arrivati, trovino anche la porta per uscire dalla nostra vita…Nascondere la testa sotto la sabbia, o spazzare la polvere sotto al tappeto, sono metafore che tutti noi conosciamo molto bene. Ma cosa succede quando non affrontiamo le situazioni? Sappiamo per esperienza che si ripresentano puntualmente a reclamare il conto. Continuare a soffrire o regalarci una nuova possibilità. A noi la scelta.